L’emozione fa la voce?
EMOZIONE E VOCE
La formula circola in tutte le lezioni di canto. Descrive un vissuto reale, ma colloca l’emozione dove l’emozione non agisce. Fra l’emozione e la nota ci sono un nervo e un muscolo.
LA FORMULA
«L’emozione fa la voce»
La frase si dice a lezione di canto, nelle interviste e sotto i video dei concorsi. Descrive un’esperienza che tutti hanno vissuto almeno una volta: una voce ci sconvolge senza che sappiamo dire che cosa ci abbia toccato, e la spiegazione più immediata consiste nell’attribuirlo all’emozione di chi canta.
La formula descrive dunque bene ciò che prova chi ascolta. Descrive male ciò che fabbrica chi canta. Colloca l’emozione nel punto in cui nasce il suono, mentre il suono nasce in muscoli, in una pressione d’aria e in cavità che cambiano forma.
Lo scarto non è una questione di parole. Un allievo che crede che l’emozione faccia la voce lavora sulla propria emozione e aspetta che la voce segua. Quando non segue, sente più forte, spinge, e non capisce perché una sincerità intera gli dia un suono costretto.
La domanda utile non è sapere se l’emozione faccia la voce. È sapere che cosa l’emozione faccia alla voce, gesto per gesto, in un senso come nell’altro.
CIÒ CHE LA FORMULA DICE DI GIUSTO
Il canto viene davvero dall’emozione
Prima di correggere la formula bisogna riconoscerle ciò che ha di esatto. Anatomie du Chant fa nascere il canto dall’emozione, e lo dice fin dalle prime pagine. La respirazione è una funzione vitale. L’essere umano l’ha trasformata in mezzo di comunicazione, perché vivere in gruppo richiede di entrare in relazione. Poi ha trasformato questa comunicazione in arte: se ne serve per esprimere un’emozione provata, con un intento estetico e secondo codici culturali.
Il libro va oltre e avvicina il canto al grido, che esprime un’emozione forte come la paura o il dolore. Il grido e il canto condividono la stessa meccanica, la stessa aria espirata, le stesse corde vocali. Una sola cosa li separa, l’intento estetico. In altri termini, il canto è un grido che si è imparato a mettere in forma.
Nessuno canta dunque al di fuori dell’emozione, e Dr. Jean Charmoille, medico psichiatra e psicoanalista che ha partecipato al libro, riassume questa anteriorità in una frase: la vita comincia dalla voce. Su questo punto la formula non sbaglia. Sbaglia su ciò che viene dopo, ed è il cervello a spiegare perché.
IL CERVELLO
Che cosa fa il cervello della musica, con il Dr. Gilles Zah-Bi
Che cosa accade nel cervello quando si canta? Adeline Toniutti ha posto la domanda al suo amico cantante e neurochirurgo, il Dr. Gilles Zah-Bi, e il suo approccio pedagogico occupa una doppia pagina di Anatomie du Chant. Descrive esattamente il punto in cui la musica, la memoria e l’emozione raggiungono il muscolo.

NELLE PAROLE DEL NEUROCHIRURGO
L’udito non dorme, nemmeno quando dormiamo, ed è l’ultima funzione attiva prima della morte. Del resto si pratica la musicoterapia per le persone in coma.
Il timpano riceve una vibrazione che viene trasformata in impulsi nervosi e rimandata nel cervello: il cervello riceve soltanto impulsi nervosi.
La musica attiva fin dall’ascolto le zone della memoria e dell’emozione nel cervello, che ne siamo consapevoli o no.
Dr Gilles Zah-Bi · neurochirurgien, MD, MSc Neurosciences
Queste tre frasi si leggono d’un fiato. L’udito è la funzione che resta accesa quando tutto il resto si spegne, il che fa dell’ascolto il canale più antico e più resistente del nostro equipaggiamento. Il timpano, dal canto suo, non trasmette suono: trasmette una vibrazione convertita in impulsi nervosi, e il cervello non riceve mai altro. Infine, quell’impulso non arriva in una zona neutra. Arriva nella memoria e nell’emozione, senza che chi ascolta abbia voce in capitolo.
Il Dr. Gilles Zah-Bi ricorda anche che nasciamo con un capitale di neuroni, ma che le connessioni fra questi neuroni si adattano per tutta la vita, in funzione delle stimolazioni e dello stile di vita. Il cervello non è dunque fatto di zone fisse: è fatto di reti interconnesse, con una cartografia quasi propria di ciascuna persona, un po’ come un’impronta digitale. Tre insiemi di funzioni si accendono insieme quando un orecchio riceve un suono: l’area dell’udito, l’area della memoria, dell’emozione e della ricompensa, e le funzioni cognitive. La musica è capace di stimolare il cervello nella sua totalità, e perfino un’aria ascoltata per la prima volta rimanda a un’emozione, per correlazione e per sensibilizzazione.


Illustrazioni © Emma Blanc-Tailleur, Anatomie du Chant, Adeline Toniutti
È qui che la dimostrazione passa dalla parte del corpo. Quando si canta, le stesse reti attivano la motricità fine, quella della bocca e del viso, e la motricità delle corde vocali, che può essere inconscia o volontaria non appena chi canta cerca di ottimizzare il proprio gesto vocale. Le zone mobilitate da chi canta sono l’udito, la memoria, la motricità del movimento e i bias cognitivi, cioè il ragionamento, l’attenzione, la memoria e l’emozione. Il canto, la danza e l’arte in generale convocano del resto le stesse zone.
La musica, la memoria, l’emozione e il muscolo non sono dunque quattro circuiti separati. Appartengono alla stessa rete, ed è proprio per questa ragione che un ricordo o un’immagine mentale cambia un gesto muscolare.
CIÒ CHE LA FORMULA ROVESCIA
Nessuna emozione ha mai chiuso una corda vocale
Anatomie du Chant definisce il gesto vocale come una catena, e questa definizione è il cuore del disaccordo con la formula.
Il gesto vocale è il frutto di più fattori: è un pensiero che genera un impulso nervoso, che provoca una reazione muscolare, che permette di produrre le condizioni per realizzare un suono.
La frase conta quattro anelli, e si susseguono sempre nello stesso ordine.
La catena del gesto vocale:
- un pensiero, o un’emozione, compare;
- genera un impulso nervoso;
- l’impulso nervoso provoca una reazione muscolare;
- la reazione muscolare crea le condizioni del suono.
L’emozione occupa il primo anello. Il suono si fabbrica al quarto. Fra i due, un nervo trasmette e un muscolo esegue, e nessuno dei due può essere saltato. Sono i muscoli della laringe ad accostare le corde vocali, sono gli addominali e il diaframma a regolare la pressione dell’aria, sono le pareti dei risuonatori a dare il colore al suono.
Lo schema dei fattori che influenzano il canto conferma questo posto. Lo stato emotivo del giorno vi figura accanto alla postura, alla respirazione, allo stato ormonale, alla stanchezza generale e all’acustica della sala. L’emozione è un ingresso del sistema, al pari degli altri. Non ne è mai l’uscita.
L’emozione non fa la voce. Comanda il corpo, ed è il corpo a fare la voce.
I QUATTRO EFFETTI
Che cosa fa davvero l’emozione alla voce
Questa correzione non diminuisce il ruolo dell’emozione. Lo precisa e lo rende utilizzabile. Poiché l’emozione agisce sul corpo attraverso il nervo, chi canta può servirsene come di un comando, e il metodo lo formula al rovescio dell’intuizione corrente.
LA FORMULAZIONE DEL METODO
Provocare un’emozione per ottenere un suono particolare
Nello schema dei fattori che influenzano il canto, l’emozione compare due volte. Compare come stato subito, quello del giorno stesso, e compare come azione volontaria di chi canta, formulata così: provocare un’emozione per ottenere un suono particolare. L’emozione diventa allora una leva tecnica, che si aziona come si corregge una postura. Ecco i quattro effetti che questa leva produce.
1. Apre un risuonatore, e il volume aumenta
Il ventricolo del Morgagni è il primo risuonatore della laringe, situato fra le false corde e le corde vocali. Questo spazio si apre sotto l’effetto di un’emozione, e in particolare sotto la voglia di piangere. Chi convoca la sensazione del singhiozzo non sta dunque recitando la tristezza: sta aprendo una cavità, e quella cavità amplifica il suono.
Mi è capitato di decuplicare il volume della voce di cantanti d’opera chiedendo loro di avere la sensazione del singhiozzo.

Illustrazione © Emma Blanc-Tailleur, Anatomie du Chant, Adeline Toniutti
2. Riconfigura le cavità, e il colore cambia
Fra i modi di agire sui risuonatori, Anatomie du Chant mette al primo posto un ordine del cervello, prima della mandibola, della posizione della testa e della direzione del fiato. Alcuni risuonatori si modificano automaticamente per un’azione motoria del cervello: se chi canta immagina un colore, i risuonatori si modificano per produrlo. L’immagine mentale non sostituisce il gesto, lo innesca.
3. Dà accesso ai registri
Il libro è esplicito su questo punto: le corde vocali sono comandate dal pensiero, dall’immaginario e dunque dal cervello. L’esercizio che accompagna il capitolo dei registri chiede a chi canta di appoggiarsi al proprio immaginario per riprodurre un colore di voce che ha sentito. Fernando Henrique de Oliveira, pianista concertista e maestro collaboratore, lo dice dal lato dello stile: un colore vocale si convoca con l’immaginario. Una riserva accompagna sempre questa libertà, ed è costante nel libro: la ricerca dei registri deve restare sostenuta da un gesto tecnico sano.
4. Si vede prima di sentirsi
Lo sguardo fa parte del gesto vocale. Chi canta con gli occhi socchiusi informa il proprio corpo di una stanchezza o di una noia, e la voce segue quell’informazione. La sola presa di coscienza dello sguardo produce un guadagno immediato di carisma e di musicalità, perché aprire lo sguardo equivale ad aprirsi al pubblico e alla propria interpretazione. Questa dimensione è sviluppata nella pagina dedicata a l’espressione scenica.
IL ROVESCIO
La stessa leva rovina la voce
Un comando che apre può chiudere. Anatomie du Chant dedica altrettanto spazio al senso inverso, ed è ciò che rende la dimostrazione solida anziché decorativa. Tre effetti tornano regolarmente a lezione.
Lo stress sregola l’orecchio
Lo stress figura fra le cause dell’intonazione difettosa, allo stesso livello di un gesto vocale mal ottimizzato o di una patologia uditiva. L’orecchio è soggetto ai cambiamenti emotivi, e sia la concentrazione sia la prestazione si degradano in una situazione stressante. Chi è intonato a lezione e stonato in concerto non ha perso l’orecchio: canta con un orecchio sotto tensione.
La paura si legge sul viso e ostacola la laringe
Alzare le sopracciglia ostacola i movimenti della laringe, e questo movimento tradisce spesso una paura, uno stupore o un’apprensione. L’emozione non resta interiore: prende la forma di un gesto, e quel gesto ha un costo meccanico.
L’emozione recitata produce un difetto tecnico
Il sorriso artificiale ne è l’esempio più netto. Alcuni cantanti allargano molto le labbra per compensare una sospensione laringea troppo bassa, ciò che gli italiani chiamano laringe schiacciata. Un sorriso posato sul viso per significare la gioia non produce gioia nel suono: produce una compensazione, e il pubblico la sente.
Il fattore decisivo non è dunque l’intensità dell’emozione. Due cantanti possono provare la stessa cosa con la stessa sincerità e ottenere due risultati opposti, a seconda dello stato del gesto che porta quell’emozione.
È esattamente ciò che la formula «l’emozione fa la voce» impedisce di vedere. Lascia pensare che basti provare di più, mentre il lavoro consiste nel preparare il corpo che riceverà ciò che l’emozione gli invia.
L’ORDINE GIUSTO
Perché l’ordine conta in una lezione
Il metodo non chiede mai a chi canta di provare più forte. Gli chiede di capire il testo, poi di fabbricare l’immagine che innescherà il gesto giusto. Nell’interpretazione, il senso precede sempre il canto.
Adeline Toniutti descrive il proprio procedimento di lavoro senza alcun misticismo. Parte dalla linea musicale e dal suo senso, immagina texture, sollecita il proprio passato per collegare una verità alla propria interpretazione, e quando non ha vissuto la situazione descritta dal testo, la immagina per empatia. Chi canta non ha dunque bisogno di aver vissuto un lutto per cantare un lutto. Ha bisogno di un’immagine precisa e di un corpo capace di portarla.
Il libro colloca del resto la connessione emotiva dopo la tecnica, e non prima. La check-list dei cinque punti perno costituisce il punto di partenza anatomico di ogni essere che parla e canta; la connessione emotiva, l’interpretazione musicale e la presa di parola in pubblico vengono dopo.
La vita comincia dalla voce e la voce comincia dal corpo.
La formula fedele al metodo starebbe dunque in una riga: l’emozione fa la voce, a condizione che il corpo sappia portarla.
CALYP
Lavorare l’emozione senza perdere il gesto
Al CALYP l’interpretazione si lavora sui cinque punti perno, perché l’emozione trovi un corpo capace di trasmetterla senza farsi male.
APPROFONDIRE
Le pagine collegate della Clinica della voce
Domande frequenti
L’emozione fa la voce?
No, non in senso letterale. Anatomie du Chant descrive il gesto vocale come una catena di quattro anelli: un pensiero genera un impulso nervoso, che provoca una reazione muscolare, che crea le condizioni del suono. L’emozione occupa il primo anello e il suono si fabbrica al quarto. L’emozione comanda il corpo, ed è il corpo a fare la voce. La formula esatta sarebbe dunque: l’emozione fa la voce a condizione che il corpo sappia portarla.
Che cosa fa l’emozione alla voce, concretamente?
Quattro cose. Apre il ventricolo del Morgagni, primo risuonatore della laringe, il che aumenta il volume. Modifica i risuonatori con un’azione motoria del cervello, il che cambia il colore del suono. Dà accesso ai registri, poiché le corde vocali sono comandate dal pensiero e dall’immaginario. E si vede sul viso, in particolare nello sguardo, prima ancora di sentirsi.
Che cosa accade nel cervello quando si canta?
Il Dr. Gilles Zah-Bi, neurochirurgo, descrive in Anatomie du Chant un cervello fatto di reti interconnesse, con una cartografia quasi propria di ciascuna persona, un po’ come un’impronta digitale. All’ascolto di un suono, tre insiemi si accendono insieme: l’area dell’udito, l’area della memoria, dell’emozione e della ricompensa, e le funzioni cognitive. Quando si canta, le stesse reti attivano in più la motricità fine del viso e quella delle corde vocali. Memoria, emozione e muscolo appartengono alla stessa rete.
L’udito è l’ultimo senso attivo prima della morte?
È quanto riferisce Anatomie du Chant nella doppia pagina dedicata al cervello con il Dr. Gilles Zah-Bi: l’udito non dorme, nemmeno quando dormiamo, ed è l’ultima funzione attiva prima della morte. È del resto per questo che si pratica la musicoterapia con le persone in coma. Il timpano non trasmette suono al cervello, trasmette una vibrazione convertita in impulsi nervosi.
Perché la sensazione del singhiozzo aumenta il volume?
Perché il ventricolo del Morgagni, situato fra le false corde e le corde vocali, si apre sotto l’effetto di un’emozione, e in particolare sotto la voglia di piangere. Adeline Toniutti racconta di aver decuplicato il volume della voce di cantanti d’opera chiedendo loro semplicemente di avere la sensazione del singhiozzo. Chi canta non recita la tristezza: apre una cavità di risonanza.
Lo stress fa cantare stonato?
Vi contribuisce. Anatomie du Chant colloca lo stress fra le cause dell’intonazione difettosa, accanto a un gesto vocale mal ottimizzato e alle patologie uditive: l’orecchio è soggetto ai cambiamenti emotivi, e sia la concentrazione sia la prestazione si degradano in situazione di stress. Chi è intonato a lezione e stonato in concerto non ha perso l’orecchio, canta con un orecchio sotto tensione.
Bisogna aver vissuto un’emozione per cantarla?
No. Adeline Toniutti descrive un procedimento in tre tempi: partire dal senso del testo e dalla linea musicale, immaginare texture, poi sollecitare il proprio passato per collegare una verità alla propria interpretazione. Quando non ha vissuto la situazione descritta, la immagina per empatia. Ciò che conta non è il ricordo reale, ma la precisione dell’immagine e la capacità del corpo di portarla.
Bisogna lavorare la tecnica prima dell’emozione?
È l’ordine che pone il libro. La check-list dei cinque punti perno è presentata come il punto di partenza anatomico di ogni essere che parla e canta; la connessione emotiva, l’interpretazione musicale e la presa di parola in pubblico vengono dopo. Il libro si chiude su questa frase: la vita comincia dalla voce e la voce comincia dal corpo.